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Non combattere la paura: combatti insieme ad essa

29 Gennaio 2018 12 Comments


Ciao da Valeria,

oggi voglio condividere la mia esperienza di “esposizione agli stimoli fonte di paura” e la derivante gestione dello stato emotivo per “vincere la paura”…

Gli articoli che professano come:

“Vincere la paura e eliminarla definitivamente dalla propria vita!”

pullulano su molti articoli in rete ed io vi dico, fin da subito, che

  1.  non solo non è possibile eliminare la paura dalla propria vita
  2. ma è dannatamente sbagliato e pericoloso, perché la paura, come tutte le emozioni, è un angelo custode che ci dice di che cosa abbiamo bisogno in un determinato momento.

Prima di entrare nel cuore del tema di questo articolo faccio una piccola riflessione…

Perché parlare di me, infrangendo la regola, a mio avviso applicata in modo troppo rigido da molti professionisti del settore, di non parlare di se stessi ai pazienti?

Semplice:

moltissimi pazienti, in questi anni di professione, mi hanno confidato che pensano che per lo psicologo sia facile dispensare idee senza aver vissuto in prima persona ciò che loro stanno raccontando e vivendo sulla propria pelle.

A questa affermazione rispondo sempre dicendo, come mi spiegò anni fa una mia cara e stimata docente, che non è necessario “mangiare tutta la torta per sentirne a pieno il gusto”…

… basta una fetta, uno spaccato della storia di vita di una persona per comprendere. Ovviamente se se si dispone di occhi ed orecchie in assoluto esercizio.


E SE LO PSICOLOGO HA PAURA?

Quindi… non è necessario che uno psicologo abbia vissuto tutti i dolori del paziente per capirli ed aiutarlo ma, a mio avviso, è fondamentale far capire che anche lo psicologo è una persona normale, un essere umano che soffre, lotta e affronta battaglie, perché solo così il paziente potrà prendere per vere le parole di chi ha un titolo accademico appeso al muro.

Solo così quel titolo diventa spendibile dando al paziente la possibilità di specchiarsi nei vissuti del professionista, fidandosi e lasciandosi accompagnare per poi ricominciare a camminare da solo.

Se non sai vivere, non sarà una laurea in psicologia a far di te una figura degna di fiducia.

Diversi colleghi non sono d’accordo con questa modalità… ma tanti pazienti arrivano in primo colloquio dicendomi che hanno abbandonato precedenti terapie perché non sentivano pronunciare verbo dal terapeuta… e dunque… ho deciso di sfidare le consuetudini e seguire il mio metodo…

Molti di voi corsisti e di voi pazienti sapete che, per me, l’essere psicologa si sintetizza in una frase:

“Psicologia pratica:
ascolto attento, nessuno giudizio, risultati concreti”

Oggi, proprio per onorare questo mio credo, vi parlo, come vi avevo preannunciato all’inizio di questo articolo, di cosa ho affrontato e sto affrontando in questi mesi.

Ve ne parlerò raccontandovi anche:

  1. perché la “psicologia classica” non basta e
  2. perché i desideri e i bisogni vanno ascoltati ed espressi.

Premetto che non tratto pazienti con gravi problemi legati a traumi fisici ma i concetti che esporrò sono estensibili a molte altre situazioni di sofferenza e parlano di intelligenza emotiva, psicologia cognitivo-comportamentale, psicologia sistemico-relazionale… quindi servono a tutti noi…


COSA HO SCOPERTO QUALCHE MESE FA?

Qualche mese fa ho dovuto accettare una diagnosi un po’ infausta ed il conseguente verdetto:

“Questo intervento chirurgico è da fare, non si può rimandare all’infinito…”

Ecco, molti di voi lo sanno, il dolore fisico è il mio tallone d’Achille perché esso si lega indissolubilmente alla Sindrome da Iperattivazione Vagale che mi accompagna fin dalla nascita.

Non è solo una reazione emotiva al dolore… Il mio nervo vago (che è il nervo che indica al sistema nervoso quando è il momento di spegnersi, leggasi svenimento, perché lo stress è troppo forte) è GENETICAMENTE più suscettibile di quello di una persona che non ha questa sindrome e dunque, in situazioni di tensione, la probabilità che io cada a terra, stesa lunga e tirata, è alta (se un medico mi sta leggendo non me ne voglia per la spiegazione semplificata della questione) … o meglio, era alta fino ad un po’ di anni fa.

Quindi, tornando alla diagnosi, ecco cosa a luglio 2017 si è aperto nel mio orizzonte degli eventi:
mesi di lavoro per giungere “pronta” al momento dell’intervento


ACCETTO O RIFIUTO LA CHIAMATA?

Quando nel cammino della vita arriva una brutta notizia la prima reazione può essere quella del rifiuto: è umano.

Per me è stato così.
Poi mi sono fermata e mi sono detta che, questa volta, io avrei vinto sul dolore perché lo sapevo fare.

Questa volta avrei usato il dolore per imparare e
per trasmettere quell’apprendimento ai miei pazienti.

E’ stato così che le emozioni “negative” hanno iniziato a prendere nuova forma e valore: la paura, l’ansia, la tristezza erano pure emozioni con un preciso scopo che spettava a me, da studiosa e professionista, cogliere.

Non erano più qualcosa di cui vergognarsi.

Si perché fin da piccoli ci viene insegnato che le emozioni vanno controllate:

… non si può piangere troppo…
…urlare non sta bene…
… occorre essere coraggiosi…
… certe cose non devono più fare paura ad una certa età…

E chi l’ha detto?

Chi ha detto che sia “sbagliato” avere paura di un intervento che, magari per un altro non è così “faticoso”, ma per me sì?

Chi ha detto che una “brava psicologa” debba essere in grado di non provare emozioni forti e a tratti destabilizzanti? (Mi preoccuperei del contrario!)

Purtroppo lo dicono in molti… ed è per rispondere a questi molti ma, soprattutto, per dare una via a chi è in difficoltà che questa volta ho “accettato la chiamata”.

Nel momento in cui sto scrivendo sono a metà del cammino e non so quanto sarà ancora duro il pezzo che verrà.
Fino ad adesso è stato tosto ma… le giuste abilità e la giusta preparazione mi hanno consentito di essere qui a scrivere con un atteggiamento di orgoglio ed un senso di vittoria.


MA COS’E’ IL CORAGGIO?

Il primo passo che ho dovuto compiere è stato comprendere che “avere coraggio” non significa affrontare una prova senza paura.

L’assenza di paura non rende necessario il coraggio. Se non ho paura ho fiducia, se ho fiducia non c’è alcuna prova da sostenere.

Invece, avere coraggio significa avere una “fottuta paura” e farlo comunque…

Avere coraggio significa affrontare la “prova”
con la paura, con il pianto, con la tristezza e, intanto,
essere presente, non scappare,
piangere con dignità senza sentirsi “stupidi o deboli”…

Ho paura, bene…
Cosa mi dice questa paura?
Qual è lo scopo?
Questa emozione che azione mi sta chiedendo di fare?

Respiro…

  1. Comprendo l’esigenza dell’emozione e l’assecondo;
  2. faccio la prima azione che la mia paura mi suggerisce di fare;
  3. quell’azione mi darà delle informazioni;
  4. quelle informazioni modificheranno la mia emozione (e le sensazioni fisiche);
  5. ascolterò la nuova emozione e farò l’azione successiva…

Un passo alla volta,
un respiro dopo l’altro… fino alla meta.


IL CORAGGIO E’ SUFFICIENTE?

E dopo che una persona smette di vergognarsi delle proprie debolezze il gioco è fatto?

Le sequenza di gestione dell’emozione che ho appena descritto è qualcosa che una persona sa fare naturalmente?

No… il coraggio non basta, è solo il primo passo.

Il secondo passo, che consente l’applicazione delle sequenza suddetta, è saper “gridare” l’esigenza della propria emozione anche quando il modo ti dice di non farlo.

Anche in questo caso l’educazione ricevuta da piccoli può essere un problema… “L’erba voglio esiste solo nel giardino del re!”

Quante volte ce lo siamo sentiti ripetere…

chiedere è “sbagliato”…
una persona volitiva è una persona egoista…
meglio reprimere…

Peccato che a forza di reprimere poi le persone arrivano ad avere attacchi di panico apparentemnte inspiegabili che, prontamente, vengono incasellati nella categoria “malattia da curare farmacologicamete”…

Eh no!

Se la paura ti dice:

  • che devi porre una domanda,
  • che devi pretendere qualcosa perché tu ti conosci e sai che con quel particolare accorgimento non starai male o il dolore sarà meno forte…

lo devi dire, lo devi pretendere e se chi dovrebbe essere lì per aiutarti non sa comprendere…

… beh tu non hai nulla da rimproverarti: devi solo pensare che devi pretendere con ancora più forza.

Questo è quello che ho fatto nel momento più duro del mio intervento:

La rabbia che provavo non era “cattiveria”, era l’istinto che agiva per me dopo essere stato “addestrato”, in questi mesi, con la ragione, ad essere “pronto” nel momento del bisogno…


“PREPARARSI” E’ SEGNO DI DEBOLEZZA?

Molti pazienti mi domandano:

“Ma è normale che io debba fare tutto questo per gestire questo momento?”

Oppure affermano:

“Ma le persone normali non devono pensare
a tutte queste cose per affrontare una difficoltà!”

Insomma…
nella nostra società è ancora profondamente radicata l’idea che dover imparare qualcosa sia segno di debolezza.

Ed proprio per questa convinzione diffusa che le persone stanno male.
Non c’è un’educazione all’intelligenza emotiva che altro non è che la capacità di percepire, riconoscere e gestire le proprie emozioni e quelle altrui.

Quindi, quando rispondo alle domande dei miei pazienti, spiego loro che le persone che affrontano al meglio un momento difficile fanno esattamente quello che io sto insegnando loro in quel momento e lo fanno perché qualcuno glielo ha insegnato.

Magari alcuni sono stati più “fortunati” e hanno avuto genitori e figure di riferimento in infanzia che erano così brave a gestire a propria volta le emozioni che, senza dover “fare una lezione”, hanno trasmesso alla prole questa abilità semplicemente attraverso l’esempio, attraverso la vita vissuta e condivisa giorno dopo giorno…

Ma comunque un processo di apprendimento c’è stato

Quindi se non lo si è imparato prima lo si impara dopo fino a che:

  • l’intelligenza emotiva diventa naturalezza,
  • fino a che diventa naturalezza preparasi per affrontare una prova,
  • fino a che, prova dopo prova, si sviluppa un senso di totale fiducia nelle proprie abilità tale da farti sentire la paura senza più averne paura perché, semplicemente, sai “destreggiarla” e dunque…
  • fino a sentire che al paura non è più così “paurosa”!

“Prepararsi” non è segno di debolezza!

Andare dallo psicologo e da un coach è segno di intelligenza e coraggio perché significa aver accettato di compiere il viaggio dentro di sé per affrontare le paure, per dichiararle al mondo senza maschere, per dire:
“Io oggi sono questo e non mi vergogno a mostrarlo”…

“Prepararsi” significa affrontare con un atteggiamento attivo e responsabile un momento no… significa essere adulti.


I SEGRETI PER DOMINARE LA PAURA (La psicologia classica non basta!)

Un grosso limite degli approcci psicologici standard è dato dal fatto che il paziente viene “tenuto”, nel corso delle sedute, per troppo tempo, sull’analisi del problema, del malessere e delle sensazioni negative:

“Hai questo problema?”

Bene: parliamone, approfondiamolo, sezioniamolo nei minimi dettagli, andiamo in profondità…
e spesso, il paziente esce dal colloquio ancora più inibito e sofferente di quando è entrato…

Attenzione: non sto dicendo che non sia importante andare in profondità e dare lo spazio per condividere ogni emozione destabilizzante ma non si può lavorare solo così, soprattutto, quando le emozioni sono molto forti e, appunto, destabilizzanti.

Se io avessi passato questi mesi ad analizzare nel dettaglio tutte le mie paure ne sarei stata risucchiata e al giorno dell’intervento sarei arrivata in uno stato di puro terrore…

Cosa ho fatto dunque?

Mi sono servita di un approccio che parte dalle risorse di una persona e non dai problemi, un approccio che consente al paziente di sentire nelle mente e nel corpo uno stato di prontezza, fiducia ed energia tale da rendere il “problema” un qualcosa di assolutamente dominabile.

In questo cammino mi sono fatta guidare dal Dott. Marco De Filippo, uno dei pochissimi esperti di questa metodologia innovativa che io tradurrò in esempi concreti ma che, a breve, vi farò spiegare da lui in un’intervista dedicata che ho deciso di condurre.

Ritengo infatti che se un metodo funziona e può apportare drastici miglioramenti nella qualità della vita di una persona sia doveroso condividerlo e metterlo a disposizione ed ecco perché, dopo questo mio intervento, ancora sotto gli effetti dell’anestesia, ho pensato all’intervista… (così anche i mie pazienti capiranno meglio quando parliamo del lavoro in équipe che il Dott. De Filippo ed io svolgiamo).

Quindi… cosa sono riuscita a fare?

(So che quello che sto per dire sembrerà difficile:
è normale, vi sto spiegando quali abilità ho acquisito e non “come” le ho acquisite… per questo vi rimando all’intervista…)

Dopo un po’ di lavoro sono diventata abilissima a:

  1. riconoscere il messaggio che ogni emozione vissuta aveva per me;
  2. ascoltare tale messaggio, non giudicarlo e comunicarlo all’esterno traducendolo in un’azione da parte mia o in una precisa richiesta posta a chi mi era intorno (medici, infermieri… anche sfidando le loro facce non sempre accondiscendenti!);
  3. rimanere sempre presente a me stessa che, tradotto, significa saper cogliere, momento per momento, i dati provenienti dal mio corpo e dalla realtà circostante,  interagire con essi e “usarli” sempre a mio vantaggio;
  4. far leva su un mio talento: l’essere una persona organizzata…
    Su questo aspetto voglio spendere qualche parole in più.Il Dott. De Filippo mi ha posto alcune domande in un momento in cui, nei mesi passati, l’ansia stava prendendo il sopravvento. Io non volevo parlare di come sono quando sto bene, io volevo condividere le mie paure… ma lui, con decisione (e chi lo conosce sa come a volte può essere fastidioso!), mi ha bloccata in quel flooding di angoscia e mi ha “forzata” a parlare di chi è la “vera Valeria”, di quali sono le sue risorse, di chi vuole essere al di là dell’intervento…
    ed è stata in quella dura conversazione che è emersa la risorsa che mi serviva per gestire al meglio l’intervento…Se mi fossi opposta ad andare con il pensiero dove lui voleva portarmi non avrei mai trovato quella parte di me che ha fatto la differenza…Quindi: ho risolto il problema stando al di fuori del problema… è dura all’inizio ma occorre sperimentare quanto è liberatorio… e una volta provato, ve lo assicuro, non se ne può più fare a meno!
  5. creare una “memoria futura” che facesse da guida e fosse per me un’energia trainante per proiettarmi oltre l’intervento in modo tale che quell’intervento fosse, dentro di me, già stato fatto… solo non ancora. E vi assicuro che solo grazie a tale memoria immaginata e creata nei dettagli io potevo vivere quest’operazione come una semplice parentesi tra un prima ed un dopo che dovevano continuare ad essere la mia vita di sempre e non un calvario;
  6. operare lucidamente delle distinzioni tra i vari tipi di dolore (perché in alcuni momenti l’anestesia è, diciamo così, venuta un pochino meno) in modo tale da dar loro un significato reale e non potenziato da visualizzazioni negative e non aderenti alla realtà.In concreto?
    Pur sedata io riuscivo a pensare: “Questo farà male, ma questo male lo posso gestire così… è davvero così forte? Si, no? Questa sensazione a quale sensazione assomiglia che in passato sono già riuscita ad affrontare?”
    E molti altri ragionamenti con cui non voglio tediarvi…
  7. affrontare ogni paura momento per momento evitando che diventassero troppo grandi (l’attacco di panico è frutto di un processo di evitamento: qualcosa mi fa paura, non lo affronto, posticipo e così quel timore diventa un mostro insormontabile… e qui la psicologia cognitivo-comportamentale insegna al meglio come gestire gli stimoli fonte di paura) e, allo stesso tempo, rispettando i miei tempi e non accelerando per “accontentare” chi insinuava la necessità di maggior coraggio (in quei caso il mio pensiero era: “Quanto poco sai di psicologia!”);
  8. appoggiarmi ai miei cari senza riserve ma con la profonda determinazione a farlo solo per il tempo strettamente necessario e con gli occhi sempre aperti a cogliere quando il mio “appoggiarmi” poteva diventare un peso troppo grande.
    E’ stupefacente scoprire quanta forza emerge quando, nel dolore, si prende la decisione di guarire e star bene per l’altro, per donare a chi si ama di nuovo la gioia di vederci felici…

QUINDI LA PAURA SI PUO’ CANCELLARE?

Ed ora che il peggio è passato che si fa?

  1. Ci si rimette in cammino;
  2. si “fissa” il nuovo apprendimento: consiglio sempre ai miei pazienti di prendere nota delle proprie nuove scoperte perché esse serviranno come memoria di riferimento per le prove successive;
  3. ci si sente, giorno dopo giorno, con alti e bassi, con momenti di flessione che tenderanno a diventare sempre meno, nuovamente se stessi…

La paura non si cancella dalla vita anzi… si impara a ringraziarla, ad amarla e a renderla parte di se stessi!


E SE FOSSE FACILE?

Tutto quello che vi ho raccontato non è stato semplicissimo lo ammetto…

Ma qualche mese fa Marco (leggasi Dott. De Filippo) mi disse:

“E se alla fine scoprissi che sarà più semplice o almeno più gratificante di quanto pensi… come sarebbe?”

Io lo guardai e, fidandomi di lui, mi fidai di nuovo di me
e gli risposi: “Accetto la sfida!”

Telefonai al medico e fissai la data dell’intervento…

Il resto è storia…

E SE FOSSE FACILE ANCHE PER TE?

Aspetta l’intervista e tutto diventerà più chiaro…

Un caro saluto e un ringraziamento a chi mi ha letto e, a distanza o da vicino, ha condiviso questo pezzo di strada con me…

Valeria

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12 thought on “Non combattere la paura: combatti insieme ad essa”

  1. Patrizia Vergnasco ha detto:

    Ho letto con molto interesse, oserei dire con avidità, questa preziosa condivisione, questo magnifico pezzo di vita donato agli altri con sincerità trasparenza e desiderio di poter aiutare altre persone. Mi ha affascinata e ho provato emozioni intense ; questo metodo è stato fonte di speranza e fiducia.

    1. Valeria Mora ha detto:

      Grazie Patrizia! Le tue parole mi hanno commossa e sono davvero felice che il messaggio che volevo trasmettere sia arrivato: un senso di fiducia rispetto alla possibilità, per tutti, di imparare a vivere al meglio i momenti difficili con equilibrio e con una profonda convinzione di poter andare oltre ad essi.

  2. chiara ha detto:

    GRAZIE, a nome di tutti i complessati cronici!
    È meraviglioso come questa pagina di vita autentica – e questa psicologa fuori dal comune – ci faccia capire che quelli che gli “altri” considerano dei difetti, sono invece le risorse da valorizzare per migliorare il proprio quotidiano!

    1. Valeria Mora ha detto:

      Grazie Chiara,

      si hai proprio colto il messaggio. Come diciamo sempre Marco ed io è una questione di leve: se le sai usare adeguatamente ecco che il più grande punto di debolezza di una persona può diventare il suo più grande punto di forza! Grazie per la “psicologa fuori dal comune”: è un complimento che accetto sempre con molto piacere 😉
      Un caro saluto!

  3. Mary ha detto:

    Leggere questa pagina ti fa comprendere come è utile lavorare su se stessi e sulle proprie difficoltà, così facendo si scoprono nuove forze dentro di noi. E in questo la Dott. Valeria insieme al Dott Marco sono un team eccellente!

    1. Valeria Mora ha detto:

      Grazie Mary,
      mettersi in gioco è un atto di grande coraggio ed è grazie a persone come te che il nostro lavoro assume un senso. Marco ed io siamo dei “facilitatori” poi il resto è merito vostro. Grazie per la lettura! E buon 2018… visto che è appena iniziato 😉

  4. Isabella ha detto:

    Grazie per questa condivisione, è evidente che in questo metodo per affrontare quelle emozioni tacciate di negatività venga preso in considerazione l’essere umano a tutto tondo, e non solo alcune sue parti. Personalmente è una visione che preferisco, un “usare tutto quello che abbiamo”, senza demonizzazioni, ma con atteggiamento proattivo. Un approccio molto dinamico che dona un gran senso di sollievo ed energia! Grazie!

    1. Valeria Mora ha detto:

      Ci fa davvero piacere cogliere nelle tue parole la condivisione della nostra idea: osservare e “prendersi cura” dell’essere umano nella sua globalità, mente e corpo. Si perché la psicologia e la crescita personale devono, un passo alla volta, apportare leggerezza e semplificazione nella vita di una persona e se Marco ed io, nel nostro lavoro, ci siamo riusciti almeno un po’, non possiamo che esserne felici. E tu Isa… hai fatto davvero la differenza con la tua dedizione al miglioramento e il tuo desiderio radicato di affrontare anche gli “scogli” più difficili. E’ sempre un piacere lavorare con te!

  5. Giovanna Ippolito ha detto:

    Il tuo racconto è pieno di speranza, coraggio e commozione.
    La mia gratitudine per quello che mi hai dato e continui a dare è infinita.
    Anni fa ho scoperto quanto sia Liberatorio
    accettare la paura dei ricordi dolorosi e profondi.
    Oggi so che è possibile grazie a te e Marco affrontare con consapevolezza e coraggio ogni paura.
    Semplicemente GRAZIE.

    1. Valeria Mora ha detto:

      Giò Grazie! Marco ed io aspettiamo sempre i tuoi feedback alle nostre mail ed ai nostri corsi: i tuoi apprezzamenti ci onorano perché sappiamo che sono frutto di una riflessione attenta e di un’elaborazione interiore e non dipendono solo dall’affetto che si è consolidato negli anni.
      Da quando ci siamo conosciute hai fatto tanta strada ed è stato bello averti accompagnato nel primo pezzo: ora cammini da sola, sei una donna sicura di te, che non nasconde le proprie fragilità ed anzi, come ho scritto nell’articolo, le sa trasformare in punti di forza. Continua così. Un abbraccio da entrambi!

  6. Elisabetta ha detto:

    Leggerti Valeria è puntualmente imparare qualcosa. Sei speciale perché insegni a trovare dentro ciascuno l’energia per superare il momento e a riconoscere le proprie forze attraverso paure ed ansie e a farne una risorsa. Un abbraccione e a presto

    1. Valeria Mora ha detto:

      Grazie Elisabetta per le tue belle e sentite parole: non voglio erigermi a “maestra di vita” ma sapere che attraverso la mia esperienza ho trasmesso un insegnamento utile a migliorare la gestione dei momenti più duri per una persona, rende quel che ho vissuto e la mia professione assai più “piena di senso”. Un caro abbraccio e tanti auguri per la tua “crescita” che so essere “sempre in atto”!

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